Categorie
Editoriali

INTERSEZIONI SULLA SALUTE riflessioni per un benessere da decolonizzare

LA SALUTE COSTRUITA

Il concetto di SALUTE è un costrutto culturale, che si innesta in tutte le particolari visioni del cosmo che ogni civiltà umana utilizza per “stare nel mondo”. Così, nonostante – come argomenteremo poi – le spinte egemoniche del pensiero scientifico occidentale abbiano appiattito il panorama, ci ritroviamo su un pianeta in cui comunità differenti hanno diverse concezioni della salute, della malattia, del benessere e della cura, e approcci diversi che si fondano su presupposti che appaiono talvolta inconciliabili.

L’antropologia medica e l’etnopsichiatria hanno largamente studiato e spiegato i processi sociali di costruzione della malattia, ovvero la funzione patoplastica delle culture: non si tratta di “produrre” il disturbo ma di metterlo in forma, tracciarne i contorni, dargli un nome e modalità di espressione dei sintomi, nonché la messa a punto di tecniche di cura. Questo processo è più facilmente comprensibile affrontando il tema dei disturbi mentali. Parlando ad esempio di “depressione”, un male che nella nostra società è sempre più diffuso:

“[..] è la stessa dinamica, lo stesso insieme di procedure e logiche a costruire insieme gli antidepressivi e la depressione in quanto categoria, contenitore di una sofferenza altrimenti multiforme e innominata [..] Nel momento in cui l’individualità triste, scoraggiata, demotivata, spaventata, sola può pensarsi, e dirsi, come parte del “noi” dei depressi, entra a far parte di un gruppo che condivide ed elabora storie, gusti, rimedi, riferimenti. […] Ciò non toglie che il modello a cui viene proposto di aderire, e che viene presentato come “malattia”, un fatto cioè di natura, sia invece un artificio, il risultato di un processo tecnico e culturale”.

Coppo 2005

Per questo motivo la salute è un tema che riguarda la persona singola ma va sempre contestualizzato e relazionato con la comunità sociale e culturale in cui essa è inserita.


SIAMO QUI

Noi ci posizioniamo QUI. Siamo a Brescia, Italia, nell’anno 2 della pandemia di Covid19. Siamo nel cuore produttivo del nostro paese, in una regione – la Lombardia – guidata (in contromano in autostrada) dal partito di destra Lega Nord che reclama per noi lombardi il primo posto nella lista dei vaccini, in virtù del fatto che saremmo la spina dorsale economica del paese. Qui, dicono, ci sono i fiori all’occhiello della Sanità italiana. Di fronte allo stato in cui la nostra comunità versa (incidenza di tumori alle stelle, per esempio, ma anche crescita vertiginosa delle patologie mentali), abbiamo sviluppato una certa fede nella medicina a cui tendenzialmente chiediamo risposte sulla nostra salute. Da bambin* impariamo il metodo scientifico, la biologia e il corpo umano. Questi sono i riferimenti culturali sulla salute che abbiamo ricevuto di default: siamo in salute quando sul piano fisico e sul piano psicologico raggiungiamo uno stato di benessere, detto appunto “benessere psicofisico”.

Ragionando insomma su questo concetto, e cercando di decostruirlo, ci siamo res* conto che anche altri aspetti vanno a comporre il quadro della salute, che riteniamo un’idea complessa ed articolata, che si realizza in maniera intersezionale a tante altre condizioni di contesto: le relazioni sociali, le possibilità economiche, le biopolitiche e i sistemi di welfare.. La salute dell’individuo, posta al centro nella tradizione occidentale, non può prescindere dalla sfera collettiva, e va a comporre anche la salute pubblica. Non possiamo ignorare – guardando alla storia del mondo ma anche più semplicemente rivolgendo lo sguardo alla situazione attuale – che razzializzazione, genere, provenienza, identità, ceto sociale, livelli di istruzione e condizioni di vita siano pezzi fondamentali di un discorso sulla salute. Il nostro sistema tende a semplificare, schematizzare, incasellare corpi e persone, mettendo in ombra tutte queste sfaccettature altre: abbiamo garanzie (sulla carta) riguardo all’assistenza medica (godendo di un sistema sanitario pubblico), perché la macchina capitalista si preoccupa della produttività dei nostri corpi, normandoli, educandoli e curandoli, secondo le esigenze dei poteri e dei mercati. Abbiamo tuttavia sperimentato di recente quanto, nel palesarsi dell’estrema conseguenza del capitalismo predatorio (la pandemia in corso), anche la pura salute fisica (di alcun*) sia sacrificabile per il profitto (di altr*).

La salute mentale/psicologica viene minata e spesso sacrificata sullo stesso altare, e viene presa in carico mantenendo a grandi linee lo schema di stampo scientifico, anche se le discipline dedicate alla psiche, in alcuni orientamenti, hanno iniziato a considerare anche aspetti più sociali e relazionali. 


MEDICALIZZAZIONE

La salute, così come la conosciamo, è il risultato di un processo di medicalizzazione dei corpi che genera una rottura tra le persone e la loro realtà sociale. Negli ospedali, istituzioni totali (Goffman 2003) che rappresentano il luogo per eccellenza dedicato alla cura delle malattie nelle società occidentali, il corpo è letteralmente spogliato da tutto ciò che lo rende umano: i ritmi sono scanditi artificialmente e diventare paziente equivale ad essere ridotti a un caso clinico, codificato in un linguaggio tecnico decifrabile esclusivamente dal medico, la figura esperta alla quale ci affidiamo in una relazione asettica di totale dipendenza. La medicalizzazione si appropria dei corpi segmentandoli in compartimenti stagni da aggiustare armandosi del metodo scientifico, venduto come infallibile e indiscutibile. L’essere umano smette di essere persona per diventare “manichino” reificato a immagine e somiglianza delle membra (bianche e maschili, il più delle volte) senza vita sulle quali vengono effettuate le sperimentazioni mediche (Ongaro Basaglia 2012). La settorializzazione delle parti del corpo è funzionale alla produzione di medicine specifiche volte porre fine ai mali fisiologici. La malattia è dunque intesa come agente esterno che intacca l’organismo deteriorandolo, per tal motivo deve essere espulsa tramite l’assunzione di farmaci o estirpata dall’intervento chirurgico. Parallelamente, il dolore provocato dalla malattia dev’essere annullato o ridotto il più possibile. In questo modo la persona potrà recuperare le proprie funzioni e tornare ad essere utile a una società – quella dominata dall’economia di mercato neoliberista – all’interno della quale per essere integrat* è necessario essere in grado di consumare e produrre. L’individuo è responsabilizzato personalmente della propria salute, imputata alla singola persona invece che alla collettività nel suo insieme. La cura medica si presenta in questo contesto non come reale risposta all’espressione di bisogni, ma come un meccanismo di omologazione delle soggettività, destoricizzate e sradicate dal proprio contesto relazionale e di vita, portate ad aderire a una normalità funzionale agli interessi di chi detiene il potere di decidere chi e cosa merita di essere considerato “sano”.

“Le istituzioni in cui si circoscrive e si isola l’elemento negativo per escluderlo, riducendo la contraddizione a quest’unico polo specifico fabbricato come naturale, danno però implicitamente un ruolo al fenomeno stesso che, in questo modo, viene a far parte del gioco sociale. [..] È in questo senso che il termine “integrazione” viene ad assumere la connotazione di recupero, riabilitazione, riassorbimento in una totalità la cui integrità viene garantita dalla precisa localizzazione e dal sicuro controllo di ciò che si esclude/integra: il processo di esclusione/integrazione si traduce, di fatto, in un processo costante e legittimato di repressione.”

Ongaro Basaglia 2012: p. 94

ALTRI SAPERI SULLE CURE

L’approccio alla salute dei Purépecha dello stato messicano del Michoacán non prevede che le uniche figure “mediche” si dedichino esclusivamente a porre fine alle malattie. In questi territori esistevano infatti anche ruoli sociali volti alla produzione di effetti nocivi per il corpo, tra cui alcuni “brujos” che usavano parole per pronunciare incantesimi. La malattia, in questo contesto, abita la vita umana tanto quanto la salute.

I Xurimecha, figure che potremmo paragonare ai nostri “medici”, erano considerati capaci di vedere riflessa nello specchio la colpa di chi si fosse macchiato di crimini quali il furto. Per tal motivo fungevano al contempo da “giudici”. Le diagnosi erano effettuate collettivamente da un gruppo di Xurimecha e, se la/il paziente moriva, uno dei medici che l’aveva assistito avrebbe dovuto accompagnarlo nell’aldilà e sarebbe quindi stato sacrificato. L’istituzione sociale di queste figure “sanitarie” era riconosciuta tra le più importanti della comunità.

Questa forma di cura ci riporta a una presa in carico della salute che va al di là della dimensione prettamente fisica e individuale includendo l’aspetto sociale di un benessere che, per essere tale, deve passare da relazioni di reciprocità. I Xurimecha accompagnano nella malattia e persino nella morte, mettendo corpi sani e malati sullo stesso piano. A essere responsabilizzata della malattia è in questo caso l’intera comunità, secondo una gestione comunitaria della salute che si distanzia diametralmente da quella stratificata ed escludente propria della medicina occidentale.

Nel tentativo di inquadrare l’alterità veniamo inevitabilmente inquadrati noi stessi, situati nostro malgrado in un contesto, oggetti di un giudizio previo che ci auguriamo di sfatare, non sempre con successo. Nel rivolgere lo sguardo verso gli altri veniamo osservati, scrutati e ci viene restituito il riflesso del nostro agire, del nostro modo di essere nel mondo e di interpretarlo. L’esercizio di messa a fuoco spinge alla consapevolezza delle lenti che ci accompagnano e “a partire dalle quali l’occhio inizia a compiere il lavoro di organizzazione del visibile” ma che “non riescono mai a circoscrivere la straordinaria profusione del reale e tantomeno a tradurne l’irriducibile differenza” (Kilani 1997: p. 79). 


ETNOCENTRISMO E IMPERIALISMO SCIENTIFICO

La scienza, come prodotto della cultura e dello “stare nel mondo” occidentali, ha sviluppato una sua pretesa di universalità ed è legata a doppio filo con l’esperienza europea del colonialismo. Non solo in senso teorico: alcuni saperi scientifici sono stati acquisiti proprio sulla pelle dei colonizzati e degli schiavi. La medicalizzazione portata dalla scienza è un processo di “invasione e colonizzazione della vita”, una forma di “imperialismo medico” volto ad assoggettare i corpi classificandoli e disciplinandoli secondo un costrutto di “malattia” che troppo spesso coincide con “povertà”. Su queste basi viene instaurato un sistema di Welfare che genera “l’invalidazione del diritto di cittadinanza mascherata da una necessità assistenziale” (Colucci 2006: p. 2).

Il pensiero scientifico ha partecipato come protagonista al processo di “alienazione culturale” dei popoli originari, la cui oppressione è stata giocata, oltre che sul piano meramente fisico con diversi genocidi, anche su quello culturale e in special modo quello relativo ai saperi, con la repressione dei sistemi di cura indigeni e delle conoscenze mediche tradizionali. Questo è avvenuto all’interno di una più ampia operazione di cancellazione ed annichilimento culturale sui saperi precoloniali.

“Quando si riflette sugli sforzi che sono stati impiegati per attuare l’alienazione culturale così caratteristica dell’epoca coloniale, si capisce che nulla è stato fatto a caso e che il risultato complessivo perseguito dalla dominazione coloniale era di convincere gli indigeni che il colonialismo doveva strapparli alla notte. Il risultato coscientemente ricercato dal colonialismo, era di ficcare in testa agli indigeni che la partenza del colono avrebbe significato per loro ritorno alla barbarie, incanagliamento, animalizzazione. [..] nella forma di una madre che, senza tregua, impedisce a un bambino fondamentalmente perverso di compiere il suo suicidio, di dar libero sfogo ai suoi istinti malefici. La madre coloniale difende il figlio contro sé stesso, contro il suo io, contro la sua fisiologia, la sua biologia, la sua sventura ontologica”.

Fanon 2007 (1961)

Alla fine del XVIII secolo, la monarchia Borbonica impose alle colonie delle Americhe una serie di misure per rendere moderno il suo impero. Una delle più importanti azioni intraprese nell’ambito di questo programma fu proprio legato all’ambito della salute. La monarchia spagnola si propose di eradicare il vaiolo (ricordiamo: portato nelle Americhe dagli europei!) attraverso campagne vaccinali obbligatorie, in quanto questa piaga indeboliva i suoi sudditi rendendoli meno adatti al lavoro. La vaccinazione, attuata attraverso l’inoculazione di una piccola dose di materiale infetto (pus) prelevato da un individuo malato, andava in contrasto con la medicina dei curanderos e le convinzioni indigene: andò quindi incontro a particolari resistenze da parte delle popolazioni autoctone nelle colonie centroamericane. Una élite di medici e intellettuali europei iniziò a raggiungere il nuovo continente, per dare il loro contributo a questa operazione culturale: nei secoli XIX e XX ci fu una densa produzione e distribuzione di narrazioni volte a delegittimare, ridicolizzare e criminalizzare la figura dei curanderos; nel frattempo iniziarono a svilupparsi scuole di medicina e infermieristica, si formò una classe medica creola da cui, ovviamente, erano escluse tutte le figure tradizionali di cura. Anche una volta raggiunta l’indipendenza, le nascenti repubbliche centroamericane portarono avanti questo “ideale sanitario moderno”, cominciando a legiferare in merito alla salute e a istituzionalizzare la medicina. In Costa Rica, tra il 1826 e il 1833 vennero condotte delle campagne a contrasto della diffusione della lebbra, che prevedevano il sequestro delle persone malate. Nel 1836, durante la campagna contro il colera, le politiche sanitarie videro addirittura la creazione di un corpo di polizia dedicato, la Policia de igiene, oltre alla collaborazione dei sacerdoti per istruire la popolazione alle nuove disposizioni. Piano piano normatività, discredito della cultura ancestrale e sviluppo della classe medica portarono ad un monopolio della cura da parte della medicina occidentale, riducendo a scarto i saperi precoloniali. (Marin Hernandez 2000)

La costruzione della superiorità della medicina occidentale sulle pratiche di cura di altri popoli passa anche da un’arbitraria banalizzazione e categorizzazione di questi saperi come “tradizionali”, appartenenti al passato, in opposizione alla “modernità”: privilegio assoluto dell’uomo bianco.

“Non esiste dunque una medicina popolare, cioè un assetto specifico di forme di difesa della salute e dell’equilibrio psichico comune a tutte le classi subalterne. A rigore, in effetti, l’espressione “medicina popolare” rinvia esclusivamente all’esistenza, in talune classi subalterne, di forme mediche e orizzonti ideologici di riferimento che si presentano come oppositivi o comunque “altri” rispetto alla medicina ufficiale.”

Seppilli 1983: 5, Pizza in SIAM, Giugno 2020: p. 166

Altre teorie sopravvivono, spesso attraverso sincretismi e ibridazioni, talvolta rinascono saperi antichi e continuano ad esistere prospettive differenti, ma spesso sono relegate al rango del folclore dal pensiero comune occidentale, considerate al più come costumi di popoli lontani e arretrati, credenze popolari. L’eurocentrismo è l’eredità intellettuale che abbiamo ricevuto, come europe* ed italian*, dal nostro passato colonialista: il nostro sapere scientifico scredita – intrinsecamente per sua costituzione – le altre teorie, escludendo tutto ciò che non risponde al metodo scientifico, ovvero lo schema stesso attraverso cui è stato costruito. Non siamo abituati a confrontarci alla pari con altri schemi, né ad affrontare il concetto di salute come un concetto collocato, costruito e incarnato culturalmente. 

“Quel che si racconta nei manuali scientifici assomiglia a ciò che Kant ha caratterizzato come gli effetti della rivoluzione copernicana, che permette a un campo scientifico di abbandonare la pratica empirica. Per Kant la suddetta rivoluzione copernicana esprime il fatto che lo scienziato non apprende più dal fenomeno, ma gli impone le proprie domande. Il che significa che tale scienziato possiede sul fenomeno un punto di vista che gli permette di prevedere a priori quali domande sono pertinenti, quali manipolazioni metteranno in scena i rapporti causali dominanti, quelli che organizzano tutti gli altri.”

Nathan e Stengers 1996

SALUTE RELAZIONALE E SESSUALE

Foto di olia danilevich

Un altro aspetto che viene sottovalutato e oscurato nella nostra società è quello relativo a ciò che noi chiameremo salute relazionale.

Come esseri sociali, lo ribadiamo, non possiamo considerare la nostra salute slegata da quella di chi ci circonda, e questo è un fatto che con la pandemia di covid19 è diventato evidente. Ma non solo, non possiamo considerare la nostra salute complessiva senza tenere presente le nostre relazioni, non solo in senso quantitativo ma anche qualitativo. Il benessere di una persona è direttamente connesso ai suoi rapporti sociali, all’appoggio di cui può godere o meno da parte di altri individui, all’appartenenza a un determinato gruppo, alla sua socializzazione.

La salute sessuale si va a collocare tra le componenti della salute relazionale, quindi della salute globale di ognun*, e la intendiamo non solamente come costrutto medico-sanitario ma come idea altrettanto complessa di quella che, più ampia, la contiene. Su questo piano del discorso riteniamo strettamente collegate alla salute le questioni relative l’identità di genere e l’integrità personale, l’orientamento sessuale, l’autodeterminazione di ogni individuo e il diritto ad una sessualità consapevole, rispettosa del consenso e orientata al piacere. In molte società, tra cui la nostra italiana, molte soggettività faticano ancora a trovare uno spazio di esistenza degna, un contesto rispettoso e sicuro. E come potrebbe questo non influire sulla salute sessuale, relazionale, psicologica e quindi sulla salute globale di queste persone? Influisce, eccome: un esempio estremo e lampante è il tragico dilagare degli episodi di femminicidio nel nostro paese, l’ultimo dei quali risale a pochi giorni fa (24 Gennaio 2021) e vede come vittima una ragazza di 17 anni: uccisa, carbonizzata e smaltita in un burrone dal fidanzato diciannovenne. Questo e molto altro succede a causa di stereotipi radicati nella cultura italiana (ma non solo), e in ultima istanza possiamo dire che anche i pregiudizi e le discriminazioni (o la loro assenza ossia: la libertà da stereotipi e discriminazioni) sono un aspetto che interviene a comporre il quadro di salute complessiva o benessere psico-fisico di ogni persona. 


LE FRONTIERE DELLA SALUTE

Tra le categorie la cui salute risente fortemente – nel contesto italiano (ma il discorso si può certamente allargare geograficamente) – di una serie di “forze esterne”, certamente c’è tutta la popolazione migrante e/o discendente da migranti: tutt* coloro che, a vario titolo e con miriadi di percorsi differenti, non sono considerat* di origine autoctona. 

Con i fenomeni migratori (ormai non più nuovi ma anche storici) e la presenza di questi “corpi (percepiti come) allogeni” –  con le loro traiettorie e storie, con il loro bagaglio culturale e le loro specificità nella richiesta di cura – vengono messi in presenza – nelle nostre metropoli e nelle nostre cementificate province – più mondi diversi, schemi interpretativi e modi di “stare nel mondo”, nonché differenti concetti di salute. Questi segmenti di popolazione subiscono discriminazione su molti piani, da quelli più materiali (il lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria a molt* sono negati) a quelli più esistenziali legati alla precarietà, all’esclusione, al razzismo (anche istituzionale).

Di recente si sono aperte, all’interno della impalcatura scientifica monolitica occidentale, delle brecce. Le soggettività migranti (che per diverso tempo sono state il nostro campo di studio nonché di lavoro) ci hanno messo di fronte – qui e ora, non in luoghi lontani ed esotici – ai limiti dell’eurocentrismo e dell’approccio egemonico del metodo scientifico. Universo diventa pluriverso. E di fronte a questa nuova visione prismatica della salute, la sfida diventa proprio riabilitarne la complessità, riuscire a percepirla in tutte le sue sfaccettature e declinazioni, con un punto di vista meta-culturale e che sia orientato al benessere complessivo, globale, dell’individuo. Senza tralasciare nulla e senza semplificare, considerando tutti i piani che si intersecano sulle soggettività. 

Questo è possibile solo se il sistema di pensiero basato sulla scienza e i suoi esperti rinunceranno alle pretese di superiorità e di universalità, attuando un processo di decolonizzazione della salute. 

“Raggiungere un punto di vista di osservazione tendenzialmente meta-culturale, trovare un metodo di lavoro non prigioniero di specificità assunte come verità universali, capace di far interagire tra loro le diversità: ecco il lavoro da fare, nel mondo in via di globalizzazione dove, come ai tempi della rivoluzione copernicana, l’universo diventa pluriverso. E già si depositano storie, conoscenze, metodi, tecniche, approcci che testimoniano diversi modi (insieme inediti e profondamente radicati nelle tradizioni) di pensare la salute, di prevenire e curare disturbi e malattie.”

Coppo 2005

BIBLIOGRAFIA

COLUCCI Mario. Medicalizzazione. 2006, SISSA – International School for Advanced Studies Journal of Science Communication ISSN 1824 – 2049. 

COPPO Piero. Le ragioni del dolore. Etnopsichiatria della depressione. 2005, Torino: Bollati Boringhieri. 163 p.

FANON Franz. I dannati della terra. 2007 (1961), Torino: Einaudi. 230 p.

GOFFMAN Erving. Asylums Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza. 2003, Torino: Eianudi. 415 p.

KILANI Mondher. L’invenzione dell’altro. Saggi sul discorso antropologico. 1997, Bari: Edizioni Dedalo. 323 p. 

MARIN HERNANDEZ Juan Jose. De curanderos a médicos. Una aproximación a la historia social de la medicina en Costa Rica (1800-1949). Diálogos Revista Electrónica Vol. 1, núm. 2 (2000).

NATHAN Tobie e STENGERS Isabelle. Medici e stregoni. 1996, Torino: Bollati Boringhieri. 152 p.

ONGARO BASAGLIA Franca. 2012. Salute/malattia. Le parole della medicina. Merano: Edizioni alpha beta Verlag. 272 p.

SEPPILLI Tullio (a cura di). 1983, La medicina popolare in Italia, numero monografico di “La Ricerca Folklorica”, 8. In AM Rivista della Società italiana di antropologia medica n. 49 (Giugno 2020), ISSN 1593-2737. 270 p.


SITOGRAFIA

FASANO Giusi. Roberta Siragusa, i lividi, l’isolamento e le liti della 17enne morta a Caccamo con la testa rasata. 31 gennaio 2021. corriere.it

HOLLAND Brynn. The ‘Father of Modern Gynecology’ Performed Shocking Experiments on Enslaved Women. 29 agosto 2017. history.com

IGLESIAS Y CABRERA Sonia. 15 dicembre 2016. Los antiguos médicos purépecha: los Xurimecha. Komoni.mx


#conoscereperdecostruire

Emica è un insieme di progetti comunicativi, educativi, di sensibilizzazione e ricerca per la decostruzione di stereotipi. Per contrastare ogni forma di pregiudizio e dissipare facili tabù. Per fornire alternative a narrazioni tossiche. Proponiamo spunti di riflessione, spazi di confronto, discussione e opportunità condivise d’insegnamento reciproco. Nella convinzione che per capire sia necessario aprirsi all’incontro e alla condivisione, che per decostruire e decostruirsi sia indispensabile saper modificare il proprio sguardo, cambiare prospettiva. Pensiamo che per accompagnare sia imprescindibile riconoscere, in un gioco di rinnovata identificazione, in equilibrio tra affinità e differenziazione. Crediamo che le pluralità delle espressioni umane siano fonti inesauribili di esperienza e di crescita. Non educhiamo alla pluralità, educhiamo con pluralità affinché il processo di apprendimento sia un percorso vitale, orizzontale e circolare in costante divenire.

Oggi inauguriamo una nuova collaborazione con Ola Americana che ci vedrà pubblicare mensilmente un articolo per la rubrica femminismi e decolonialità.

Immagine in evidenza di El Periódico de México

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *