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Perù: elezioni presidenziali – Veronika Mendoza, un’opportunità per la sinistra.

Di Marina De Angeli

Se solo due anni fa qualcuno avesse chiesto ai peruviani come si immaginassero il 2021, anno del Bicentenario, ovvero la celebrazione dei duecento anni dall’Indipendenza, le risposte sarebbero state di sicuro piene di speranza, fiducia e retorica. Ormai rimane solo la retorica: tra meno di una settimana, l’11 aprile, ci saranno le elezioni presidenziali e i candidati si stanno esibendo in numerose performance durante infiniti dibattiti e presenze televisive. Il panorama non è tra i più rosei: secondo i sondaggi 5 candidati oscillano tra il 10 e il 15% delle preferenze. Tra questi un ex portiere di calcio (George Forsyth) e la famigerata figlia dell’ex dittatore Fujimori attualmente indagata per corruzione e riciclaggio di denaro. Tra i candidati che stanno ricevendo consensi, anche Rafael Lopez Aliaga, un sinistro personaggio dell’ultra destra, una sorta di Bolsonaro peruviano che più volte ha espresso posizioni omofobiche e razziste.

Il Perù sta ancora annaspando nella crisi mondiale data dalla pandemia per COVID-19, una situazione che ha sicuramente reso palesi i gravissimi problemi strutturali di una società classista ancorata ai privilegi che sistematicamente non assicura l’accesso ai servizi basici (come la sanità e l’istruzione) alla stragrande maggioranza della popolazione. Una società devastata dalle politiche neoliberiste messe in atto proprio durante la dittatura di Fujimori e dilaniata dallo scontro tra esercito e l’organizzazione terroristica Sendero Luminoso che dagli anni 90 ha lasciato ferite ancora non rimarginate. Le posizioni della sinistra sono viste, da gran parte della popolazione, come una deriva radicale che porterebbe il paese al baratro e sicuramente ad episodi di terrorismo. L’ondata migratoria di venezuelani che negli ultimi anni ha travolto molti paesi, tra cui il Perù, non ha fatto che aumentare il timore dello spettro del comunismo.

Quindi l’idea che l’unica candidata progressista di sinistra, Veronika Mendoza, possa vincere queste elezioni è abbastanza difficile, ma non impossibile. Il suo partito, Juntos por el Perù, insieme al Frente Amplio, è una delle due coalizioni di sinistra più grandi del Perù. Nato nel 2017 ha coinvolto diverse realtà di sinistra e centro sinistra, diventando uno dei punti di riferimento dell’opposizione, avendo come baluardo l’idea di promuovere un socialismo democratico per uno stato interculturale. Nelle ultime elezioni presidenziali del 2016, Mendoza si presentò come candidata del Frente Amplio e arrivò terza con il 18.8% di preferenze. Inutile dire che dal 2016 ad oggi sono successe moltissime cose, tra le tante i numerosi scandali legati alla corruzione che hanno decimato la classe politica peruviana e che hanno anche sfiorato la stessa Veronika Mendoza.
Ma se il Perù ha un’opportunità di uscire da anni di malgoverno e conservatorismo, questa è data proprio da Veronika Mendoza e dalla sua proposta di governo. Di certo non un governo di ultra izquierda, sicuramente moderato, ma di gran lunga l’unico che potrebbe cambiare un sistema marcio fino al midollo. Non una soluzione a tutti i mali del Perù, ma forse l’inizio di una rottura necessaria per smantellare un modello economico e sociale fallimentare che ha più volte messo in ginocchio il paese. Tra l’altro è l’unica candidata che parla apertamente di depenalizzazione dell’aborto, matrimonio omosessuale e riconoscimento dell’identità di genere, temi ancora tabù tra la classe politica del Perù. Tra i suoi obiettivi di governo anche l’imposta alle grandi ricchezze e una riforma tributaria più equa. Inoltre propone di avviare, sul lungo periodo, un’assemblea e un processo costituente, più volte rivendicato dai movimenti, per sostituire la carta magna di eredità Fujimorista con una costituzione plurinazionale (che includa quindi i pueblos originarios) e paritaria.

Se Veronika Mendoza arriverà al ballottaggio di giugno significherà che qualcosa in Perù, finalmente, sta cambiando e che forse si potrà iniziare un processo di costruzione, si spera dal basso, per un paese più equo per tutti.

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