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Identità indigena

Di Andrea Cegna

Il termine “indigeno” ha una matrice coloniale. Viene usato dai conquistadores convinti di aver viaggiato fino all’india. Gilberto Lopez y Rivas, antropologo e scrittore messicano, ci ricorda che “dopo la campagna “500 anni di resistenza indigena, nera e popolare” la parola indigena è stata fatta propria dalle popolazioni originarie, un po’ come fatto dai movimenti neri e chicani degli USA, che partendo da termini carichi di razzismo e discriminazione hanno deciso di dargli un nuovo significato. Quindi, per decenni, il termine indigeno è stato usato in maniera generica e semplificatrice per parlare di centinaia di etnie nonché come forma di insulto”

Ma più che il cinquecentenario dell’invasione delle Americhe del 1992 è stata la sollevazione neo-Zapatista dell’EZLN del 1 gennaio 1994 a ridare significato e dignità al termine “indigeno”. L’identità indigena di fatto irrompe nel mondo, con un’immagine diversa da quella folklorizzata ed esotica, che è stata elemento di commercializzazione da parte del turismo e del capitalismo, pretendendo rispetto e ascolto. 

L’essere indigeno, indio, o appartenere al Popolo originario è fonte d’orgoglio. Orgoglio per chi ha deciso di rivendicare la propria identità. Ci sono, certamente, parti del mondo indigeno che ambiscono a uscire dalla propria storia di tradizioni e cultura per essere assimilati al modo di vivere egemone, per queste fette di mondo indio l’identità storica è fonte di vergogna da cui fare esodo. 

Le rivendicazioni storico, culturali e linguistiche sono certamente di ben più lunga gittata e sono spesso state origine di scontro con i governi dei diversi stati. Certamente le mobilitazioni politiche e rivoluzionarie di fine 1900 hanno permesso l’apertura di un dibattito storico/politico sull’identità indigena, e dato la possibilità di aprire ampi percorsi di rivendicazione. 

Le popolazioni indigene, spesso, rappresentano le classi sociali più escluse e povere della popolazione perchè per anni razzismo e classismo li hanno confinati ai margini, geografici e sociali, dei diversi stati. Ma allo stesso tempo sono laboratori politici incredibili. Dai Maori neozelandesi, passando per gli aborigeni australiani, fino ad arrivare alla polveriera latinoamericana dove Zapatisti e Mapuche sono le esperienze più radicali di un cosmo che ha visto anche esperienze di governo e dialogo tra movimenti indigeni ed urbani. 

Allo stesso tempo la visibilizzazione e la crescita delle lotte indigene con la ricerca dei movimenti originari di trasformarsi, senza perdere i propri presupposti storico/politici/culturali, rompendo la narrazione di popoli primitivisti, fa si che l’identità indio sia un percorso in perenne modifica, capace di inserirsi agevolmente nelle dinamiche odierne e nelle contraddizioni del contemporaneo con un visione sul mondo differente, in qualità e orientamento, a quelle egemone del capitalismo neo-liberale. Di fatto la rivendicazione dell’essere indigeno è forma di resistenza e alternativa.  

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