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Referendum costituzionale in Cile: una grande vittoria popolare, ma la lotta per la dignità continua

Di Domenico Musella – da Santiago del Cile

Foto di Valentina Bruna

Renace (rinasce) è la scritta apparsa sulla torre Telefónica, l’edificio che svetta su Plaza de la Dignidad a Santiago, nella notte di domenica 25 ottobre mentre migliaia di persone celebravano un risultato stravolgente. Il sí a una nuova costituzione per il Cile stravince con il 78,3% dei consensi e una convenzione interamente eletta dal popolo è l’organo scelto dal 79% dei votanti per redigere la nuova carta fondamentale. È la prima volta, nei 210 anni di storia indipendente del Paese, che cileni e cilene vengono consultate sulla propria Costituzione.

Una giornata storica a cui si arriva grazie alle massive mobilitazioni iniziate esattamente un anno e una settimana prima, il 18 ottobre 2019, quando un gruppo di coraggiose liceali accese una miccia che solo un’epidemia come il Covid-19 è riuscita ad affievolire per qualche mese, ma che ad oggi è ancora viva e attiva. Da quelle piazze è nata la richiesta di abolire l’attuale Costituzione, imposta nel 1980 dalla dittatura civico-militare di Pinochet e vista come la cornice istituzionale che consolida quel modello economico, politico e sociale neoliberista del quale un Paese intero si è stancato di subire le nefaste conseguenze. Senza la pressione popolare, difficilmente si sarebbe arrivati a questo referendum costituzionale: cambiare la Costituzione non era assolutamente nei piani del governo conservatore di Sebastián Piñera, ma neanche i precedenti governi di centrosinistra avevano avuto la volontà politica di concretizzare un processo costituente. Senza le vittime della spropositata repressione, gli oltre 30 morti, le più di 400 persone con danni oculari, i quasi 4.000 feriti, le oltre 2.000 persone bersaglio di arma da fuoco, le 200 donne vittime di violenza politica sessuale, le quasi 500 persone torturate e gli oltre 2.000 prigionieri politici della rivolta tuttora nelle carceri, questo spiraglio di “rinascita” non si vedrebbe.

La stessa gente che ha protagonizzato la rivolta contro il governo e contro il sistema ha deciso di farsi sentire anche nelle urne. La partecipazione, seppur bassa in termini percentuali (ha votato il 50,9% degli aventi diritto) è stata la più alta degli ultimi 30 anni, ovvero dalla transición alla democrazia, nonostante la pandemia. In molti quartieri popolari il numero dei votanti è raddoppiato o triplicato rispetto alle ultime tornate elettorali ed è proprio lì che l’Apruebo (il “sí” alla nuova Costituzione) ha raggiunto vette del 90%. Il voto di domenica è stato evidentemente un voto di classe: schierarsi contro la Costituzione di Pinochet, per la maggioranza della popolazione che è andata a votare, ha voluto dire ribellarsi contro un sistema disegnato per proteggere gli interessi di una piccola minoranza di persone, che vive con tutti i comfort, a scapito della stragrande maggioranza del Paese, che a stento guadagna il salario minimo, riceve pensioni al di sotto della soglia di povertà, è costretta a indebitarsi a vita per pagare l’istruzione dei propri figli o le cure mediche che lo Stato non garantisce come un diritto. La controprova? L’opzione Rechazo, il “no” al cambio della Costituzione della dittatura, ha superato il 50% solo in 3 comuni: Las Condes, Lo Barnechea e Vitacura, nella zona orientale della capitale Santiago, in cui vive quella oligarchia politica ed economica che concentra la maggior parte della ricchezza e del potere in Cile. 

Finiti i festeggiamenti per questo trionfo delle piazze, la mobilitazione e l’organizzazione popolare non possono fermarsi. E la gente lo sa bene. Il processo costituente che parte adesso, e che avrà come prossima tappa istituzionale l’elezione dei 155 delegati costituenti l’11 aprile 2021, se resta cosí com’è, difficilmente consentirà cambi sostanziali. Potrà portare a una “carta magna” che non reca direttamente la firma di un tiranno, ma non è detto che disegni una struttura istituzionale garante di diritti, con un modello economico, politico e sociale diverso dal neoliberismo pedissequo e brutale applicato qui in Cile dalla dittatura in poi. L’accordo firmato nella notte tra il 14 e il 15 novembre 2019 dal governo e da una parte dell’opposizione, che ha aperto la strada all’attuale processo costituente, contiene infatti una serie di clausole che pretendono legare ancora una volta il futuro del Paese alle solite ristrette cerchie del potere politico ed economico. Tra queste, alcune delle più limitanti sono la necessità di approvare ogni articolo della nuova Costituzione con un quorum dei due terzi dei componenti dell’organo costituente e l’elezione dei delegati che avverrà con lo stesso sistema elettorale utilizzato per eleggere i parlamentari, che avvantaggia i partiti tradizionali e le grandi coalizioni. 

Con una forte pressione popolare, si è già riusciti a cambiare e democratizzare questo processo. Per esempio, lo scorso anno la potente mobilitazione del movimento femminista è riuscita ad ottenere la parità di genere assoluta nella convenzione costituzionale: la nuova costituzione cilena sarà la prima al mondo ad essere scritta da un organo composto per una metà da donne e per l’altra metà da uomini. In questi giorni si sta provando a fare lo stesso per assicurare un numero adeguato di seggi ai mapuche e agli altri 10 popoli originari che abitano questo territorio da prima che si formasse lo Stato cileno. Solo un popolo in costante lotta potrà rompere gli schemi di una istituzionalità restía ad accogliere le rivendicazioni di dignità e giustizia sociale che milioni di cilene e cileni portano avanti con coraggio da più di un anno. E le piazze del Paese, in questi giorni, non appaiono per nulla rassegnate. Non sembrano volersi fermare al voto del 25 ottobre e non lo hanno visto come un assegno in bianco firmato ai soliti noti: restano attive e con la voglia di scrivere il futuro di questa terra. Indietro non si torna. Ya no hay vuelta atrás.

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