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L’antigolpismo boliviano rimane a sinistra

Di Federico Larsen

Il dato più rilevante del risultato delle ultime elezioni boliviane è il ritorno al Palacio Quemado di un governo legittimato dal voto democratico, dello stesso orientamento di quello spodestato dal golpe del 2019. Il partito dell’ex presidente Evo Morales, che ha governato durante 14 anni ininterrotti ed è stato rovesciato a punta di pistola – tra accuse di autoritarismo e brogli -, torna dunque al potere col più moderato Luis Arce. I controsensi sono molti: che senso ha avuto per le destre portare avanti un colpo di stato per poi rivelarsi completamente incapaci di sostenere un blocco di potere a medio termine? E nel caso del Mas, che senso ha avuto forzare una candidatura di Morales nel 2019 palesemente anticostituzionale e fortemente resistita anche dai propri elettori, se Arce dodici mesi più tardi ha sbancato con un margine di parecchio superiore ai voti presi dallo stesso Evo?

Partiamo dalla destra. Jeanine Añez, presidente ad interim dal 12 novembre 2019, si era prefissata l’obbiettivo di incarnare i presunti valori della “Revolución de las Pititas”, quel movimento di piazza contenuto da diversi mesi ed esploso dopo il pasticcio compiuto dalle autorità elettorali nella comunicazione dei voti dell’elezione del 20 ottobre dell’anno scorso. Un movimento sorto dall’incontro tra il repubblicanesimo liberale dei settori agiati delle grandi città, l’ancestrale razzismo dei ceti medi bianchi e meticci contro “la dittatura indigenista” di Morales, il caparbio federalismo delle élite della mezzaluna sudorientale, principale polo dell’agro-buisness boliviano storicamente opposto al centralismo di La Paz, e nuovi attori, come l’evangelismo politico dei dirigenti delle chiese pentecostali e alcuni settori scontenti delle forze armate e della polizia. Un opposizione eterogenea, litigiosa, divisa e disorganizzata. Capace di alcune piccole vittorie elettorali locali, anche nei dipartimenti più fedeli al Mas nei comizi a livello nazionale, come El Alto, bastione indigena governato però da una sindaca oppositrice ad Evo. Il collante tra tutte queste realtà liberal-reazionarie è stato l’ormai famosissimo referendum del 2016, in cui la maggioranza della popolazione ha votato contro la possibilità di permettere a Morales di candidarsi per una quarta presidenza nel 2019, risultato poi stracciato da una ridicola sentenza della corte costituzionale che sanciva “il diritto umano alla rielezione indefinita” per il primo presidente indigena della storia boliviana.

Ma gestire il potere di uno stato plurinazionale come quello boliviano, non è come solleticare i rancori e le paure più indicibili di un crescente ceto medio indignato. Nei suoi primi cento giorni di governo Añez ha stravolto l’assetto istituzionale pazientemente costruito durante il governo del Mas assicurando che si trattava di riportare los stato “alla normalità”. Liberali e repubblicani, idealmente più vicini a Carlos Mesa, inorriditi dalle libertà arrogatesi da un governo che in teoria doveva limitarsi a indire nuove elezioni, sono stati i primi ad allontanarsi dall’insolita coalizione golpista. Le diserzioni sono poi passate all’ordine del giorno. In 10 mesi di governo, Añez ha dovuto sostituire 17 ministri. Il presidente della Banca Centrale Boliviana si è dimesso due giorni prima delle elezioni. Il vertice dei dirigenti della destra svoltosi a dicembre ha poi confermato l’impossibilità di accordo su un programma comune. La presidente che aveva giurato di non voler utilizzare la propria posizione per favorire una futura carriera politica, lanciava quindi ufficialmente la sua candidatura, sbriciolando in quel solo gesto la poca stima che potevano avere di lei i suoi possibili elettori. Insomma, come molti già sospettavamo, la “Revolución de las Pititas” non era altro che una trovata propagandistica per legittimare l’azione congiunta di gruppi che di legittimo (e di congiunto) avevano ben poco. Ma anche la visione di un Mas spaesato, indebolito e decapitato dall’esilio di Evo Morales e García Linera, che molti intravedevamo in quei mesi, si è rivelata un’immagine distorta.

Col senno di poi possiamo dire che si conferma vincente la strategia dei leader del partito nell’assemblea legislativa, accusati addirittura di collaborazionismo da alcuni sparuti settori della sinistra boliviana e latinoamericana, quando decisero di scendere a patti col governo Añez per accelerare il processo che ha portato alla celebrazione delle elezioni. Non sappiamo se parte di una strategia dettata da una lettura azzeccata, o se aiutata un poco dalla fortuna, ma la tenacia con cui i legislatori del Mas hanno difeso la via elettorale per il ritorno al potere risulta oggi fondamentale. La prima reazione era stata quella imparata dai movimenti indigeni quasi 300 anni fa: l’assedio delle città. Ma tra repressione e smarrimento i sostenitori della mobilitazione permanente contro il golpe sono rimasti sempre più soli. Una tensione, quella interna al Mas tra movimentisti fedeli al leader in esilio e dirigenti più prossimi alla strategia elettorale, che ha alimentato non poche polemiche. 

La capacità organizzativa dimostrata dal Mas e settori affini durante le proteste che in agosto hanno paralizzato il paese per obbligare il governo Añez a impegnarsi a non approvare ulteriori posticipazioni alla data delle elezioni, dimostra anche l’infondatezza delle accuse di chi sosteneva che i movimenti dipendessero della rete clientelare di Morales per poter aver peso nella politica nazionale. Nonostante le divisioni interne, alla fine tutti i settori della sinistra boliviana si sono mossi all’unisono intorno a due obbiettivi di massima: l’esigenza di nuove elezioni, e il voto compatto verso il candidato che il Mas indicasse. Il che, in ogni caso, segnala che il trionfo chiaro e inatteso di Arce, non é da attribuire ad una adesione popolare totale al suo programma, ma ad un bisogno impellente di trovare un’uscita dalla parentesi aperta col golpe di un anno fa, che ne isolasse i principali sostenitori. In un paese dove la partecipazione politica é fortemente indirizzata dal sentimento di appartenenza etnico, sociale e territoriale, più che dalla discussione programmatica. Le sinistre boliviane hanno avuto il pregio di strappare la bandiera antigolpista a tutte le altre forze politiche, colpevoli di fronte agli occhi degli elettori più moderati che le avevano sostenute nel 2019, di complicità imperdonabile con un governo indifendibile.

Anche il ruolo di Morales, durante gli ultimi, è stato rivalutato. La figura di Evo era maggiormente presente nella narrativa vittimistica e le impossibili giustificazioni dei golpisti che nella presunta epica del ritorno dei suoi sostenitori. Bisogna quindi stare attenti a non cadere nel semplicismo benpensante particolarmente in voga nella stampa liberal-borghese latinoamericana, secondo cui il principale problema della Bolivia col ritorno del Mas al potere è il personalismo di Morales. É vero che l’evismo ha segnato, coi suoi errori e successi, un modo di gestire il potere. Ma i mesi di resistenza al governo de facto hanno mostrato anche una eterogeneità molto positiva dentro alle sinistre che hanno portato al potere Arce, un piccolo sintomo del fatto che l’emancipazione da quel “caudillismo” endemico e distruttivo che condanna le sinistre latinoamericane alle pratiche più becere di ciò che genericamente chiamiamo populismo, forse è possibile. Lo stesso Arce lo ha detto chiaro e tondo pochi giorni dopo la vittoria: il suo non sarà un governo all’ombra del leader. Mentre liberali e mezzi d’informazione sbandierano lo spauracchio del ritorno del mostro cleptocrata di Morales a muovere i fili dietro Arce, quest’ultimo esclude qualsiasi ritorno degli ex ministri del suo padrino politico e ne ridimensiona anche l’eredità. Rinnovamento, e non ripresa dei governi del Mas è, almeno nella narrativa del neoeletto, la parola d’ordine.

E poi, al di là del ruolo di Evo, i veri problemi per il nuovo governo sono molto più gravi. La situazione del sistema sanitario boliviano è forse tra le più indicative della sfida che deve affrontare il paese. Durante i 14 anni di governo Morales, e con Arce come suo ministro dell’economia, la spesa pubblica per la salute è aumentata del 360%, e sono stati costruiti più di 1000 centri di salute. Eppure, allo scoppio della pandemia il paese si è rivelato strutturalmente fragile in quell’ambito: solo c’erano 490 posti letto in terapia intensiva, il 60% dei quali in cliniche private, e 190 specialisti in tutto il paese per gestirli. La Bolivia del miracolo di Morales contava col 35% della struttura di cui avevano bisogno i suoi 11 milioni di abitanti per affrontare una crisi come quella del Coronavirus.

Certo dentro allo stesso Mas presumiamo che le discussioni intorno al da farsi saranno dure. Dalla distribuzione degli incarichi (CSUTCB, Bartolina Sisa e COB si stanno già spintonando al tavolo delle trattative sui nomi da mettere a capo dei ministeri), alla linea da seguire nei temi più caldi dell’attualità boliviana (sussidi ai settori più umili, relazioni con le agenzie Usa tornate sul territorio grazie ad Añez, gestione delle risorse naturali ecc…), l’eterogeneità compatta mostrata durante la resistenza e la campagna elettorale sarà nuovamente messa alla prova. Arce ha promesso ad esempio che non ci saranno persecuzioni contro poliziotti e militari coinvolti nel golpe del 2019. L’idea, condivisibile, é evitare di riproporre le scene già viste in tutto il continente durante gli ultimi anni, in cui procure e tribunali si prodigano nell’aprire indagini e processi contro funzionari e politici che dopo un’elezione sfavorevole passano all’opposizione. Un impegno comprensibile, che però deve fare i conti anche col bisogno di fare chiarezza (e giustizia), nei casi di tortura, detenzioni arbitrarie e i più di 20 morti nei massacri in cui sono sfociate le repressioni contro i sostenitori di Morales subito dopo l’esilio. L’equilibrio tra la promessa di pacificazione nazionale e il castigo dei crimini commessi da agenti dello stato sarà già nei prossimi giorni un indizio dell’indirizzo che Arce intende dare al suo governo. 

In ogni caso, il dato saliente continua ad essere l’abbattimento dello status-quo sorto dopo il golpe. Il governo Arce sarà pure un progetto novello e pieno di punti interrogativi, ma rappresenta la ripresa di un processo di cambiamento delle istituzioni e di apertura di un dibattito che si era chiuso violentamente col golpe del 2019. Le derive verticaliste dell’evismo avevano sicuramente indebolito quel processo, la cui difesa si è dimostrata però il vero nucleo del progetto che accomuna le sinistre boliviane. Se si conferma questo orientamento anche nei fatti, nella gestione del potere, quello della Bolivia potrebbe essere uno degli esperimenti sociali più interessanti degli ultimi tempi.

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