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Ayotzinapa: “Fue el Estado” un grido ancora irrisolto

Di Andrea Cegna

Sei anni dopo la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa sono in migliaia ancora, a manifestare, per le vie di città del Messico, arrivando da tutto il paese.

Il corteo è partito alle 16.00, circa, e percorrendo il centro della capitale è arrivato allo Zocalo cittadino. A fine manifestazione, scaldata dal lancio di petardi, i famigliari dei 43 sono stati ricevuti da Andres Manuel Lopez Obrador, presidente del Messico, che dopo le promesse elettorali e la titubanza di inizio mandato è stato costretto a riaprire il caso a causa delle forti pressioni dei famigliari. Nella mattinata di sabato 26 settembre AMLO ha, così, dichiarato di aver ordinato l’arresto di alcuni militari possibilmente coinvolti nella scomparsa dei 43 studenti .

Alla fine dell’incontro Vidulfo Rosales, uno dei difensori legali dei genitori dei 43, ha dichiarato “è arrivato ciò che ci aspettavamo ovvero il messaggio politico del presidente sul proseguimento delle indagini, e la promessa che ci saranno forzature su nuove verità. Fino a quando non ci sarà consenso tra quanto indagato dal governo e quanto visto dai genitori non si potrò trarre una conclusione. Nel frattempo, proseguiranno gli incontri mensili per continuare a rivedere i progressi che stiamo facendo”.

La commissione investigativa presieduta dal Sottosegretario per i diritti umani al Ministero dell’Interno, Alejandro Encinas, ha riferito sui progressi compiuti nel caso.

Encinas ha, iniziato, spiegando come la scoperta di un frammento del corpo di Cristian Rodríguez, ad 800 metri dalla discarica di Cocula, abbia infranto, definitivamente grazie alle prove scientifiche, la “verità storica” ​​difesa fino all’ultimo dall’ex presidente Enrique Peña Nieto e creata dall’ex segretario alla sicurezza Tomás Zernón, ora fuggiasco in Israele, per coprire polizia, militari e i malavitosi dei Guerreros Unidos, ovvero coloro che dovrebbero essere, con le varie ricostruzioni, gli autori materiali della sparizione.

Il Sottosegretario ha confermato le parole di AMLO e così l’avvio di un procedimento penale nei confronti degli indagati e ha ribadito che tutti i colpevoli saranno puniti chiunque, essi siano.

Alle parole di Encinas si sono sommate quelle del procuratore Alejandro Gertz Manero che ha rivelato che secondo le indagini in corso ciò che ha fatto Tomás Zenón, nel caso di Ayotzinapa, non è stato a costo zero ma con mezzo milione di dollari nel mezzo, soldi che coinvolgono direttamente coloro che hanno consegnato il paese a capitale privato e distrutto Pemex

Omar Gómez Trejo, capo dell’unità investigativa, si è dichiarato d’accordo con il pubblico ministero quando ha sottolineato che Tomás Zenón non ha agito da solo.

Il presidente López Obrador si è impegnato presso i padri e le madri dei normalisti e del popolo messicano, a mantenere e accelerare l’indagine per trovare i colpevoli, perseguirli e, soprattutto, conoscere la verità di tutto ciò.

Dall’arresto di Genaro Garcia Luna in poi il governo Lopez Obrador sta cercando di spostare l’attenzione e le responsabilità di parti importanti della deriva violenta del Messico sulla gestione del potere dei due precedenti Presidenti della Repubblica. Uno spostamento, politico, della visione della violenza e della corruzione certo importante ma per ora sbiadito: come nelle dichiarazioni sul caso Ayotzinapa, così come sul caso Garcia Luna, si cercano le responsabilità presidenziali dentro un discorso egemone e una narrattiva tossica accomodante per lo stato e la replicabilità del sistema ovvero che l’intrusione del narcotraffico nella politica messicana è tanto forte che i Calderon e Peña Nieto sono stati corrotti. Un pò come sostiene Don Winslow nei suoi libri. Ma una visuale differente sugli stessi casi, e molti altri, potrebbe anche far pensare che i due ex presidenti, come vertice del potere politico nel paese, abbiano cercato i gruppi criminali per agire nelle zone d’ombra tra legale ed illegale per “risolvere questioni locali”, ovvero controllare il territorio con ogni mezzo necessario. il tutto in cambio di agibilità politica, movimento e di traffico. Certo questa intrusione della politica genera scontri per il controllo del territorio, poiché i tanti politici in campo cercano i tanti “interlocutori” nell’altro campo e lo scontro di potere si trasforma in scontro armato.

Oswaldo Zavala giornalista e docente universitario ci dice “io penso che Lopez Obrador voglia, se non arrivare alla verità sul caso Ayotzinapa, almeno a dare un’accelerazione importante. E così mi pare si spieghi la volontà di affrontare anche altri casi del passato, come lo studio dei documenti relativi alla riforma energetica o con il caso Odebrecht (che mi paiono molto significativi). Non lo so ma se si proseguirà in questa direzione ma mi pare che si possa agire una re politicizzazione suglie eccessi del neoliberismo e capire se gli ex presidenti hanno compiuto differenti delitti e in cambio di cosa o per cosa. Per questo serve una percorso giudiziario reale e indagini serie attorno agli ex presidenti, perché pare proprio che questa indagine possa partire, iniziando da Felipe Calderon e i suoi nessi con la corruzione attraverso Garcia Luna”. Sempre secondo Zavala “il problema strutturale che abbiamo è la presenza massiccia di militari nel governo, così che ora controllano pezzi di poter politico che mai hanno maneggiato. Ma gli eccessi dell’esercito li possiamo vedere non solo nel caso Ayotzinapa ma in decine e decine di casi di omicidi e sparizioni forzate di cui è incredibilmente punteggiata tutta la storia della mal chiamata “guerra contro il narcotraffico” e sono il risultato di anni di concessione di spazi e legittimità. Per questo mi preoccupa molto che Lopez Obrador gli dia ancora più spazio”.

Ma tornando al caso Ayotzinapa, Luis Eliud Tapia, del Centro dei Diritti Umani Augustin Pro Juarez, ricorda che “le famiglie dei 43 pretendono e chiedono che non ci sia solo un cambio di narrativa sul caso, ma che ci siano veri risultati. E che si determini, con elementi scientifici, la verità sul caso di Ayotizanapa, indagando su esecutori e mandanti intellettuali ad ogni livello possibile, non solo ai massimi, e quindi coinvolgere chiunque possa sapere a prescindere se il suo ruolo fosse locale, statale o federale”. Insomma se per Lopez Obrador l’interesse è attaccare e inquisire gli ex Presidenti, per i genitori dei 43 è la ricerca della verità il centro del contendere. E ricercare la verità sul caso significa ricercare le contiguità tra poteri, e l’interdipendenza di uno con l’altro.

E se ancora oggi, dopo 6 anni dalla notte tra il 26 e 27 settembre del 2014 di Iguala, ci sono manifestazioni e piazze di solidarietà con i 43 desaparecidos della scuola Isidro Burgos di Ayotzinapa e se la nuova commissione d’inchiesta scoverà la verità e la giustizia sul caso non è perché la politica messicana ha il coraggio di proseguire nella lotta alla corruzione (in qualunque direttrice si muova) e ricucire una ferita che resta profonda nel cuore del paese, ma perché l’ostinazione e il coraggio dei famigliari degli studenti e la forza delle scuole Normali Rurali del Messico sta pretendendo che si vada avanti. Se gli occhi del mondo e del Messico guardano a 43 ragazzi su circa 74mila desaparecidos negli ultimi, tragici, 14 anni è perché il grido “Fue el Estado (è stato lo Stato), con cui la violenza di quella notte e le promiscuità tra politica, istituzioni, polizie, esercito e malavita, è diventato riassunto di anni di gestione del territorio in Messico.

La responsabilizzazione dello stato, la rottura della narrativa del narco-paese, l’esplicitazione che il capitalismo estrattivo, per controllare i territori, si serve di poteri legali ed illegali si sono fatti motto, e così in molti hanno aperto gli occhi e hanno iniziato a pretendere verità e giustizia. La risposta del potere è stata, ad ora, astiosa e violenta e pare, ad oggi, aver allargato le sue prospettive portando la violenza in tutto il paese, scontrandosi con le diverse forme di resistenza e di rivendicazione di un Messico diverso, forze che nonostante il tasso di violenza e l’ampiezza della questioni continuano a lottare, denunciare e scrivere che la storia del Messico non è una fiction ma è una vera guerra: strumento del capitalismo per il controllo del territorio.

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