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Uruguay il 27 giugno di 47 anni dopo

Di Elettrico

Ieri era il 27 giugno.

Ieri era il 27 giugno e il presidente della República Oriental del Uruguay ha deciso di non dire nulla, di rimanere in silenzio.

Il 27 giugno in Uruguay è una data importante: è l’anniversario del colpo di stato.

Come praticamente tutti i paesi dell’America Latina anche l’Uruguay ha dovuto subire una dittatura che possiamo tranquillamente inserire nel programma ideato dall’intelligence degli Stati Uniti per “mettere ordine” in quello che qui si definisce il suo “patio trasero”, ovvero il “cortile sul retro” (chi è stato in Sudamerica molto probabilmente ha sentito l’espressione “somos el patio trasero de Estados Unidos”).

Anche se la data ufficiale è il 27 giugno, il golpe in Uruguay non si è consumato in un attacco violento e unilaterale da parte delle al forze armate al parlamento ma è stato piuttosto il coronamento di un processo iniziato anni prima, in cui una parte della destra del paese, collaborando con le forze armate, in linea con la “doctrina de la seguridad nacional” spinta dagli Stati Uniti, iniziò ad applicare sempre di più “medidas de pronta seguridad” (misure di sicurezza d’emergenza, previste dalla costituzione) passando via via la gestione della sicurezza all’esercito. Di fatto, il 27 giugno 1973 fu il presidente eletto Bordaberry, del Partido Colorado, che dissolse il parlamento e annunciò alla radio la sospensione di tutti i diritti individuali, facendo riferimento ovviamente alla necessità respingere “le ideologie di origine marxista”.

Era dal 1971 che la lotta contro il movimento MLN-T (“Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros”) era stata data in mano all’esercito e da quel momento i contatti tra esponenti del governo e militari, così come l’ingerenza di questi ultimi nella vita politica, aumentarono incessantemente, fino ad arrivare, nel febbraio del 73, ad un confronto diretto con il presidente della repubblica (che a quel tempo era già Bordaberry), che segnò il primo passo nel trasferimento del potere ai militari con la sostituzione dei ministri dell’interno e della difesa con uomini graditi ai militari. Si arriva così alla dissoluzione del parlamento per decreto dello stesso presidente (e dei ministri sopracitati) e alla ratificazione di un potere “civico-militare”, sostenuto da buona parte dei “partiti tradizionali” (Partido Nacional e Partido Colorado) e che vedrà come prima risposta uno sciopero generale della durata di 15 giorni, represso duramente con licenziamenti, arresti, esecuzioni ed ovviamente mettendo fuorilegge il CNT, principale organizzazione sindacale.

Possiamo tranquillamente dire che proprio a causa di questo progressivo deterioramento dei meccanismi democratici ci fosse la consapevolezza che il golpe fosse nell’aria, per cui in genere si fa risalire il vero colpo di stato a febbraio, con l’insurrezione de facto dell’esercito e della forza aerea e l’accettazione del presidente delle richieste dei militari, considerando il decreto del 27 giugno come il culmine della transizione ad un governo civico-militare.

La storia della dittatura uruguaiana non è differente da quella di altre dittature latinoamericane, con desaparecidos, arresti e repressione, messa fuorilegge dell’attività politica (dal 1976, anno in cui i militari acquisiscono ancora più potere), violazione sistematica dei diritti umani da parte dell’esercito nella sua caccia ai “sovversivi”.

L’inizio della fine della dittatura in Uruguay è segnata dal referendum del 1980, in cui la popolazione era chiamata ad approvare o rifiutare una fumosa proposta di nuova costituzione elaborata dal governo civico-militare (praticamente sconosciuta e impossibile da discutere a causa della censura) e una serie di clausole che avrebbero di fatto dato il paese in mano ai militari.

Sebbene la propaganda per il “no” fosse praticamente assente dai media e le inchieste dessero per vincenti i militari, il no distanziò il sì quasi del 15%, lasciando l’esercito senza l’appoggio necessario e iniziando quindi il processo di ritorno alla democrazia. Dopo 4 anni, nel 1984, ebbero luogo le prime elezioni post dittatura.

A distanza di anni molti dei responsabili del terrorismo di Stato sono impuniti, protetti dall’omertà e dalla “ley de caducidad”, ovvero una legge che stabilisce che “per crimini commessi fino al 1 marzo 1985 da funzionari militari e di polizia […] per motivi politici o in occasione dell’adempimento delle loro funzioni e in occasione di azioni ordinate dal comandanti” lo stato rinuncia a qualsiasi azione “punitiva”. Sebbene questa legge abbia avuto varie vicissitudini e in alcuni casi ne sia stato annullato l’effetto, in generale ha impedito che le vittime della repressione e le famiglie dei desaparecidos potessero avere giustizia, o anche solo risposte sulla sorte dei loro cari.

Questo breve riassunto, assolutamente limitato e probabilmente fin troppo semplificato, era per dare un’idea di cosa sia per l’Uruguay la data del 27 giugno.

Oggi come oggi è in auge un pericoloso revisionismo storico, avvallato da un governo formato dal Partido Nacional, dal Partido Colorado e da Cabildo Abierto, un partito corporativo fondato da Manini Ríos, un ex generale, destituito proprio presidente precedente, Tabaré Vázquez, del Frente Amplio (ma ce ne sarebbero di cose da dire sulle simpatie di certi protagonisti della politica del Frente per i militari), e proprio dopo alcune sue “gravi dichiarazioni relative alla magistratura”, dichiarazioni che puntavano a presentare i militari come vittime, costretti a essere giudicati per “cose successe quarant’anni fa” e, secondo lui, “essendo considerati colpevoli in partenza”.

Le dichiarazioni a difesa di ex repressori e torturatori sono proseguite e continuano, sia da parte sua, sia da esponenti del suo partito (e non solo).

In questo contesto va visto il il silenzio del presidente Lacalle Pou.

Il 27 di giugno il presidente dell’Uruguay ha deciso di non avere nulla da dire, dichiarare, ricordare.

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