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La mia Bolivia con uno zaino sulle spalle

di Luca Profenna


Sono entrato in Bolivia il 12 Febbraio. Ho attraversato la frontiera terrestre da San Pedro di Atacama, in Cile, con un bus. Il mio zaino a farmi da compagnia e tanta voglia di scoprire questa terra cosi’ stupenda e densa di cultura e ricca di tradizioni. 
Alla frontiera i soliti controlli del passaporto e qualche domanda poco opportuna dei militari. Mi hanno perquisito lo zaino. Dentro avevo una bandiera Whipala, la bandiera dei popoli andini. Mi hanno chiesto come mai avessi quella bandiera, dove l’avessi presa e perchè l’avevo con me. 


Da Novembre 2019, in Bolivia, c’è un governo autoproclamato retto dalla Presidenta Anez, un governo che doveva essere di transizione, per portate il popolo boliviano alle elezioni. Queste elezioni, ad oggi 19 Aprile , non ci sono state. Le elezioni dovevano essere dapprima a Marzo 2020, poi spostate nuovamente ad Aprile. Questo governo doveva essere in carica fino al 15 Aprile, ma non se ne vede la fine.


Ho viaggiato da Uyuni a Oruro, da Cochabamba al lago Titicaca, da Santa Cruz a Sucre, passando per Vallegrande a Samaipata. Sono stato a La Higuera, dove Ernesto Guevara fu ucciso il 9 Ottobre del 1967 per ordine del dittatore e generale Rene Ortuno. 
Lungo la mia strada ho incontrato parecchie comunità locali indigene, il movimento Feministas Autonomas, l’associazione Articuladora Critica de Feminismos di Santa Cruz e soprattutto tante persone comuni , nei mercati e nelle piazze. 


La Bolivia è un paese molto complesso da decifrare, con decine di contraddizioni, ma allo stesso tempo ricca di vitalità sociale, politica e culturale. 


Un giorno era a Cochabamba, una città grande, molto grande. Veniva chiamata la città giardino della Bolivia per via della sua grande quantità di verde, fiori. Anche chiamata la città della eterna primavera perché ci sono sempre 18/22 gradi. Tutto l’anno.Camminavo per le strade della periferia della città, dove ho trovato alloggio e ospitalità da Meli, una ragazza boliviana splendida e cordialissima. Camminavo e osservavo.
Sul marciapiede c’era una signora anziana.Al sole, con un cesto di arance. È una delle migliaia e migliaia di persone che vivono di commercio e agricoltura sulla strada. Non nei mercati formali. È una ambulante, una abusiva.Mi sono avvicinato e nella cesta scopri’ delle arance, poche, belle, profumate e di un colore arancione fantastico. Le chiesi quanto costava una. Me ne dava un chilo per 3 boliviani. Circa 0.40 centesimo di euro. Troppo poco, suvvia. Ma niente, quello era il prezzo. Le chiesi se potevo sedermi affianco a lei a mangiarmene un paio. Non mi rispose, solo fece un gesto con la testa di si.


Mi sedetti al sole, sbucciai la prima arancia. Era deliziosa. La mangiai in silenzio, mentre la signora restava immobile a 5 centimetri dal mio culo. Senza parlare. ” Como estas?” provai a rompere io il ghiaccio. ” Vivo” mi rispose lei, serafica ripiombando nel silenzio.

Esatto, perché tra il partito di Morales, il Mas, e tutta la manfrina di sto nuovo governo transitorio, tra tutte le storie che ho ascoltato, tra un golpe di stato e un governo autoproclamato, tra tutto sto casino, ci sono loro. Quelli che possono solo fare una cosa, che non possono permettersi nulla altro che vivere. O almeno provarci. E in Bolivia sono a migliaia di persone così, che vivono a stento in strada, o che tirano a campare chiedendoti un bolivianito tra le viuzze polverose delle città. Che si svegliano alle 4 di notte per raggiungere le grandi città con un sacco di patate, uno di papaya e l’altro di arance.

Io mi gelai. Non sapevo come continuare la conversazione. E allora feci la cosa più stupida e idiota che poevo fare ” Estas naranjas son muy buenas, super ricas. Felicitaciones!” Lei finalmente si giro’ e mi rispose solo ” De donde eres tu?” Dissi che ero italiano e che stavo viaggiando per il Latinoamerica. 

Iniziammo a parlottare un po. La signora parlava aymara. E il suo castellano era per me, molto difficile da capire. Mi racconto’ di non essere di Cochabamba. Che era vedova. Che da giovane sognava di andare a vivere in Canada.Presi coraggio di nuovo e cambia discorso ” E Morales? Che pensa di quello che è successo?”” A Ivigarzama [ dove vive] ci aiutiamo tutti. Abbiamo una comunità molto forte, molto unita. Però è duro vivere nella selva. E la nostra comunità è autonoma.”

Proseguì raccontandomi della durezza della vita da campesini. Molte parole me le persi. Ma la parte più importante era che lei si sentiva dimenticata. Abbandonata. Lei come la sua comunità. La sua comunità come altri migliaia e migliaia di vite in Bolivia, senza rappresentanza, che vengono solo sfrattonate da una parte all’altra. E allora lottava. Tutti i giorni. Sola e con la propria comunità aymara, con i movimenti a difesa dei territori e del lavoro. La sua voce era piena di dignità. Mi racconto’ una storia di come 8 anni fa fermarono dei lavori vicino al proprio pueblito, che andavano a inquinare la già compromessa fonte di acqua. I suoi occhi erano stanchi ma luminosi.

In Bolivia, i movimenti hanno una forza dirompente e sono il cuore pulsante politico e sociale del Paese. Sono legati alla terra, alla cultura andina e tengono vivi le tradizioni millenarie di chi ama la natura, di chi fa della solidarietà l’unica arma per vivere. Forse, è questo quello che mi ha più sconvolto, nel mio viaggio in Bolivia. La solidarietà tra le persone. Lo stringersi comunità. Il condividere quel poco che si ha arricchendolo di umanità. Una umanità. a volte faticosa, ma sicuramente autentica.


Ero gia alla terza arancia. E dopo 20 minuti di conversazione un signore ci interruppe. Voleva un chilo di arance. 3 Boliviani. Lei si zittì di nuovo. ” Estoy en vita. Y lucho por vivir. Vendo naranjas, pero’ recuerda que no vendo mi dignitad. Y nunca lo venderé.”


Arrivo’ il tempo di alzarmi. La salutai. ” Buona vita, signora. Buona Vita.” Lei non alzo’ lo sguardo. Contemplò le sue arance e continuo’ a vivere.


Fino a qualche anno fa, era praticamente vietato parlare per strada in lingua aymara e in quechua. Le persone di queste etnie venivano discriminate. Poi Morales ha cambiato un pò di cose, ha ristabilito, a fatica, una sorta di equilibrio tra i diversi popoli di Bolivia. Ha provato, assieme a movimenti a costruire una Bolivia più solidale e aperta. 
Negli ultimi anni, però, ci sono state numerose fratture dentro il partito di Evo, il Mas, che hanno portato numerose associazioni e movimenti ad allontanarsi. Le cose sono peggiorate sempre di più fino ai fatti di Novembre 2019. Dove parte del popolo boliviano, spinto dalle destre partitiche unite e, poi dall’esercito, hanno di fatto messo in atto un golpe. La cosa interessante è che le stesse persone che mesi fa avevano preso parte a questo processo , ora, non solo si sono pentite di essere scese in piazze, ma cominciano a essere stufe e arrabbiate contro questo governo di Anez. Accusandola di tirannia, di essere attaccata alla poltrona e di aver riportato la Bolivia indietro di anni. 


Ecco, tra il MAS e sto governo fantoccio di ora, c’è una marea di gente, vite, a volte dimenticate, contadini, donne e uomini,lavoratori e lavoratrici, ultime e ultimi, che per arrivare a fine mese, qui in Bolivia, devono lottare con i denti. Solo per vivere.


Io sto con loro. Con le loro comunità. Con i loro movimenti. Con le loro realtà autorganizzate.


E comunque le arance erano buonissime.

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