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Il Perù a tempo del Covid-19

Di Marina De Angeli – Perù

In Perù il primo caso di Coronavirus è stato diagnosticato il 6 marzo. Il caso “zero” è un ragazzo di 25 anni, dipendente di LATAM, una compagnia aerea cilena, che aveva viaggiato in Spagna, Portogallo e Repubblica Ceca. All’inizio la situazione sembrava sotto controllo, avevano isolato la famiglia benestante nella sua villa a La Molina, un quartiere ricco e tutto sembrava concludersi nel migliore dei modi. Poi c’è stato un repentino peggioramento della situazione. Negli altri stati sudamericani cominciava ad espandersi il virus. Vizcarra, il presidente del Perù, dato l’aumento, seppur minimo, di casi (13), l’11 marzo decide di raccomandare ai turisti e alle persone in arrivo da Spagna, Italia, Francia, e Cina una quarantena di 15 giorni al loro arrivo in Perù. In realtà questa misura non è stata molto efficace, arrivavano turisti che non volevano fare la quarantena, avevano comprato già tour completi e volevano visitare il paese. Gran parte dei tour operator hanno ignorato le raccomandazioni e hanno continuato ad accompagnare i turisti in giro per il Perù. Io ero in aeroporto proprio l’11 marzo e la situazione era assurda, la ministra della salute, successivamente sostituita, si faceva intervistare da un sacco di giornalisti (uno sull’altro) e i turisti che arrivavano dichiaravano alla stampa che non avrebbero osservato la quarantena o che non avevano ricevuto nessuna informazione a riguardo. C’erano anche tanti peruviani che ritornavano: grandi baci e abbracci ai famigliari, alla faccia delle norme anti contagio.

Il 16 marzo doveva iniziare l’anno scolastico, ma le lezioni, sia delle scuole pubbliche che private, vengono sospese inizialmente per due settimane poi fino al 3 maggio (data che sicuramente verrà posticipata). In Perù l’anno scolastico è iniziato ufficialmente il 6 aprile, ma in forma virtuale, con lezioni on line e lo sviluppo di programmi educativi in tv e radio mirati a far arrivare le lezioni dove non arriva internet (in gran parte della zona rurale). Il progetto è ambizioso ma sta facendo emergere i soliti problemi di disuguaglianza sociale amplificati dalle difficoltà di accesso alle tecnologie.

I contagi aumentano, anche se non in modo esponenziale. Ufficialmente il 15 marzo i casi di coronavirus erano 71, ancora nessun morto. Ma questi dati sono sicuramente sottostimati dato che le prove effettuate erano davvero poche.  La sottostima dei dati viene confermata dal fatto che il 15 marzo il presidente dichiara lo Stato di Emergenza Sanitaria. Viene decretato l’aislamiento social obligatorio (quarantena) per 15 giorni, vengono destinati fondi speciali per la salute pubblica e viene decretata la chiusura delle frontiere con una tolleranza di un giorno per far rientrare le persone che erano fuori dal paese. Ovviamente un giorno è insufficiente, si crea il panico. In totale confusione vengono organizzati dei voli umanitari per far rientrare in patria i peruviani che erano all’estero. Viene bloccato anche il transito per il paese, vietati voli interni e bloccati i bus interprovinciali. Il Perù è un paese estremamente accentrato, un terzo dei 30 milioni di abitanti vive nella capitale. Molti però si trovano a Lima solo per lavoro, per studio, per trattamenti medici. Queste persone si sono ritrovate bloccate nella capitale, separati dalle famiglie senza poterle raggiungere. Proprio in questi ultimi giorni Vizcarra, dopo un mese di quarantena, ha emesso un decreto per permettere alle persone di rientrare alle proprie città di origine. Ma lo ha fatto senza un’organizzazione, senza dare l’autorizzazione ai bus initerprovinciali di circolare, senza predisporre zone di quarantena. Molte di queste persone ormai allo stremo (senza lavoro, senza soldi, senza un tetto) si sono riunite e hanno iniziato a camminare. In questa settimana sono stati bloccati gruppi di centinaia di persone che volevano raggiungere le proprie famiglie a piedi. Un gruppo di circa 100 persone è stato fermato mentre stava camminando verso Tarapoto, a circa 1000 km da Lima. Avevano pianificato di camminare una decina di giorni. Alla luce di questi eventi, lo stato e i governi regionali hanno organizzato piani di “traslados humanitarios”.

Quasi ogni giorno il presidente Vizcarra, alle 12.30, fa un discorso alla nazione dove annuncia sempre nuove misure e fornisce i dati di contagiati, morti e recuperati.

Per quanto riguarda la quarantena, è stata estesa di fino al 26  aprile (per ora).  In Perù, dal primo giorno di “aislamiento social” l’esercito è sceso nelle strade. Nella prima settimana è stato decretato il toque de queda (coprifuoco) dalle 20.00 alle 5am, successivamente è stato aumentato di due ore, dalle 18.00 alle 5am. In alcune province (dove la gente, a dire del presidente, si è rivelata più indisciplinata) il coprifuoco è dalle 16.00. Durante il coprifuoco nessuno può uscire per nessun motivo. Prima del coprifuoco si può uscire solo per fare la spesa, una persona per famiglia, o per raggiungere il posto di lavoro. Per uscire è obbligatoria la mascherina e mantenere un metro di distanza dalle altre persone, altrimenti si può incorrere in  multe salatissime. La domenica nessuno può uscire per nessun motivo. Qui il problema dei runners non c’è mai stato, ogni attivià sportiva all’aria aperta è stata vietata sin dall’inizio. Per una decina di giorni c’è stata anche una misura straordinaria: uomini e donne potevano uscira a giorni alterni, ma dato che il Perù è una società estremamente machista e le donne hanno generalmente il compito di fare la spesa e cucinare, questo ha creato grossi problemi perché nei giorni in cui potevano uscire solo le donne si sono create code pazzesche ai mercati. Viste le difficoltà questa misura è stata sospesa. Ovviamente tutte queste misure sono osservate soprattutto nei quartieri più agiati, nei cerros, dove ci sono migliaia di baracche abbarbicate l’una sull’altra è impossibile rispettarle. Ma è anche impossibile fare controlli, test e monitorare la situazione. Probabilmente, nelle zone più disagiate ci sono già molti casi di contagiati da coronavirus e morti che però non fanno rumore. La morte è sempre stata una presenza costante nei sobborghi. Se non muori di coronavirus, muori di tbc, di fame, di violenza….etc.

Altro dato importante che rispecchia quello che sta succedendo in tutto il mondo è l’aumento di femminicidi e abusi su minori. Una piaga presente soprattutto nei cerros, le periferie marginali.

Per quanto riguarda le attività produttive, sono rimaste attive solo quelle di prima necessità (produzione alimentare, supermercati, ospedali etc..). Per il resto c’è stato fin da subito la sospensione con proposta di telelavoro. In realtà in Perù l’informalità è molto diffusa, tantissimi lavorano in strada, guadagnandosi giorno per giorno il necessario per sopravvivere. Chiaramente questa situazione sta danneggiando soprattutto loro. Lo stato ha previsto un bonus straordinario di circa 370 soles (circa 100 euro) ogni due settimane per le persone in estrema povertà ma purtroppo non tutte le persone bisognose lo hanno ricevuto, molte non rientrano negli elenchi perché non sono mai state censite. Per non parlare degli immigrati venezuelani…totalmente abbandonati.

Per quanto riguarda le piccole e medie imprese, proprio questa settimana è stato emesso un decreto molto discusso, quello della “suspencion perfecta”. Con questo decreto le piccole e medie imprese possono “congelare” i lavori, quindi anche stipendi e contributi ai lavoratori per 90 giorni. Le imprese possono non pagare le tasse ma i dipendenti rimangono a “bocca asciutta”, c’è da considerare che qui non c’è nemmeno la cassa integrazione o qualcosa di simile. Quindi il peso della crisi è tutta sui lavoratori. Non so quanto possa durare questa situazione senza collassare. La ministra dell’economia, Maria Antonieta Alva, una ragazza di 35 anni con studi ad Harvard, in realtà è stata molto elogiata, anche dalle istituzioni internazionali. 

Ad oggi il dato che più salta all’occhio è il palese collasso del sistema sanitario. Gli ospedali pubblici sono già saturi, il numero di UCI, le terapie intensive, è ridicolo. All’inizio della pandemia le UCI con respiratori funzionanti erano poco più di 100,  ora sono arrivati a 500. Vedendo la situazione in Italia e negli altri paesi, questo numero è chiaramente insufficiente per un paese di 30 milioni di abitanti.

Ad oggi ci sono  14.420 casi di covid-19 e 348 morti. La stragrande maggioranza dei casi si trova, ovviamente, a Lima. Ma anche questo dato è sicuramente sottostimato e, visto il collasso proprio in questi giorni del sistema sanitario, destinato a salire.

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