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Intervista a Cristina Peralta, Popolo Mapuche

Il mio nome è Cristina Romo Peralta e faccio parte del popolo Mapuche. Attualmente in Cile ricopro il ruolo di portavoce dello sciopero della fame che stanno portando avanti i prigionieri politici Mapuche. Uno di loro è un Machi, privato della libertà qui in territorio Mapuche. È un’autorità spirituale del nostro popolo, tipo uno sciamano o un curandero. E’ accusato ingiustamente di complicità e di occultamento per la morte di un latifondista. Considerano che data la sua posizione di autorità avrebbe dovuto sapere tutto quello che accade nel territorio. Molti dei nostri fratelli e compagni sono in carcere come risultato del conflitto con lo stato cileno e quello argentino dall’altro lato della catena montuosa. La strategia dello stato è di mettere in prigione chiunque minaccia il suo ordine e la sua istituzionalità. La nostra richiesta storica è per il territorio. Ci portiamo dietro questa rivendicazione dai tempi della colonizzazione spagnola, ma è importante ricordare che gli spagnoli avevano riconosciuto al popolo Mapuche l’autonomia territoriale, stabilendo quindi confini e parlamenti e l’autorità giuridica. Dopo il processo di indipendenza, con l’instaurazione dello stato cileno, inizialmente il riconoscimento dell’autonomia Mapuche era riconosciuta. E’ stato con la Repubblica che hanno iniziato una vera e propria caccia nei confronti del nostro popolo. La chiamano “pacificazione”, ma non è altro che un genocidio di massa della nostra gente. Hanno ammazzato, distrutto case intere con persone dentro e perseguitato le nostre autorità. Un’altra strategia adottata dallo stato è stata quella di cedere gratuitamente porzioni del nostro territorio a coloni tedeschi. Questo è un conflitto politico molto lungo che si inasprisce con l’instaurazione dello stato cileno. È importante sottolinearlo, perché lo stato cileno non riconosce la nostra storia e il nostro popolo. L’unica cosa che riconosce è la ricchezza delle risorse del nostro territorio e le vuole sfruttare. Durante la dittatura, approfittando dell’analfabetismo di molti Mapuche, hanno fatto firmare documenti alla gente per far loro cedere le proprie terre minacciandoli con il fucile. Le conseguenze di tutto questo le stiamo vivendo ancora oggi, con territori privi di acqua, anche se l’avevano sempre avuta. Ora invece deve venire un camion con il rifornimento settimanale.

Il popolo Mapuche sta sostenendo il percorso per la trasformazione della Costituzione. Può essere un’opportunità per ottenere rispetto?

Come prima cosa sottolineo che la posizione del popolo Mapuche non è uniforme. Ci sono settori che vorrebbero unificarsi allo stato, che vorrebbero essere rappresentati all’interno del parlamento, del senato e della classe politica. Altri settori, come quello di cui faccio parte, sono per l’autonomia e per il riconoscimento del nostro popolo-nazione. Parliamo di altro, di autonomia e indipendenza.

C’è qualche rapporto con i movimenti che protestano per le strade in questo momento in Cile?

Oggi c’è un’apertura maggiore rispetto ai diritti del nostro popolo e a come siamo stati oppressi dallo stato. La gente che sta manifestando per strada e che ha usato la bandiera Mapuche come simbolo di resistenza rappresenta, per noi, una forma di sostegno, anche se manca ancora una certa sensibilizzazione nei confronti di quel che siamo e della nostra necessità di riconoscimento come popolo e nazione. Non vogliamo l’inclusione, vogliamo un sistema a parte, una nazione indipendente.

Ci sono delle somiglianze con le rivendicazioni degli zapatisti in Chiapas?

Sì, è una lotta molto simile. Anche loro sono popoli originari. Hanno richieste politiche, ma anche come popoli indigeni. La nostra lotta oggi tocca vari punti: la resistenza, l’occupazione del territorio che significa reclamarlo come nostro. Ci sono anche documenti che l’attestano, titoli di proprietà. Lottiamo anche per il recupero della nostra lingua, spiritualità e costumi. Chiediamo la libertà dei prigionieri politici Mapuche che sono in sciopero della fame da 7 giorni. La situazione è piuttosto preoccupante. Il Machi aveva già fatto uno sciopero della fame di 150 giorni nel 2018 per rivendicare il suo spazio spirituale. Domani sono già più di due settimane di questo sciopero della fame che si sta già ripercuotendo sul suo fisico. A questo si aggiungono 3 settimane di divieto di visita, non possiamo nemmeno entrare a vedere come sta né a sostenerlo spiritualmente. Si sta sviluppando una mobilitazione importante di sostegno a questo sciopero della fame. È importante che si parli pubblicamente delle rivendicazioni dei popoli originari privi di libertà. Le carceri in questo paese non rispettano le convenzioni internazionali sul trattamento dei prigionieri: non vengono rispettate le credenze religiose, i modi di vita, la spiritualità, come d’altro canto per il resto del popolo Mapuche.

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